ARBOREE VOLANTI

Big Business

La prima potenziale cliente a cui Stanlio e Ollio bussano alla porta per venderle un albero di Natale in Big Business (1929) è una giovane donna, che rifiuta l’offerta, dapprima cortesemente. Ollio ci riprova, chiedendole se l’addobbo non potrebbe piacere al marito, al che lei ride e dice di non essere sposata. Allora Stanlio incalza: “Ma se fosse sposata, a suo marito piacerebbe avere un albero di Natale?”. Lei, per esigenze di scena, invece di condividere con gli spettatori almeno un’esitante risata, si offende e sbatte ai venditori la porta in faccia.
Questo senso dell’umorismo dolce e diretto, che perturba per essersi allontanato solo di poco dall’esistente, per aver creato nella sola dimensione linguistica un’alternativa al reale, è qualcosa che questi comici hanno in comune con la poetica di Simone Berti. Me lo ha ricordato lui, quando abbiamo cominciato a parlare del progetto Arboree volanti e a lui è venuta in mente la canzoncina scritta probabilmente da Alberto Sordi – voce italiana di Oliver Hardy in numerosi film della coppia - per la versione doppiata di The Flying Deuces (1939) sulle note di A Zonzo.

Guardo gli asini
che volano nel ciel
ma le papere sulle nuvole
si divertono
a fare i cigni nel ruscel
bianco come inchiostro […]


Guaaardo gli alberi che vooolano nel ciel.
Questo progetto riprende elementi fondanti del lavoro di Berti: primo tra tutti il tema visivo e abitativo dell’albero, in cui spesso l’attenzione per le radici è molto sviluppata, a perfetto contrappunto di un altro punto forte della sua pratica che è quello del sollevare cose e persone che dovrebbero essere poggiate a terra. Con trampoli, innaturalmente gruppi di famiglia si sono ritrovati ad essere ritratti fotograficamente in posa canonica, ma rialzati; un orto è cresciuto su una struttura a molle; dei mobili si sono collocati negli immaginari piani alti di una villa mai costruita.
La sua pittura, poi, è il luogo in cui certi dati di realtà che gli interessa contraddire (la gravità è solo uno di questi) possono essere reinventati senza l’impiccio di dover forzare la meccanica. Quasi sempre su un astraente fondo bianco, animali, alberi, personaggi della storia dell’arte vengono alterati: ingabbiati, attraversati, resi sorgenti di fiori che sbocciano o sovrastati da cappelli incredibilmente articolati. Il fatto che ora Berti lavori in realtà aumentata mi sembra una continuazione piuttosto naturale di questo lavoro in cui i concetti di struttura e di rapporto tra soggetto e sfondo sono stati costantemente forzati l’uno verso l’altro per compenetrarsi nello sguardo dello spettatore. Con l’intenzione di essere giusto appena oltre il reale.
Gli alberi sono soggetto dei quadri di Berti dal 2004: poderosi, occupano in larghezza quasi tutta la tela così che lo sguardo si concentri su quelle superfici che Jean-Paul Sartre ha descritto nauseato tra gli emblemi dell’eccesso di esistenza. Simone, che ama quel brano filosofico-visionario, non si sofferma su tutti i dettagli vitali come le rugosità, le muffe, gli insetti, i muschi, ma risolve in una pittura tendenzialmente piatta, animata da cromatismi innaturali (è pur sempre veneto, e quindi colorista…). L’interesse per gli alberi è nutrito per Berti anche dallo studio delle posizioni del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, che lavora sull’intelligenza delle piante e sul ruolo della riforestazione per combattere il cambiamento climatico.
L’idea dello sboccio, dell’apparire e del manifestarsi in pienezza, di celebrare il rigoglio è la forma che prende l’ecologismo nella pratica di questo artista.
Simone vive e lavora in Isola da molti anni, interrotti da un periodo berlinese, in un appartamento-studio in un piano interrato in cui vivono varie piante, tra cui una giunglesca monstera deliciosa le cui foglie a forma di mano compaiono anche in alcuni suoi lavori. La nuova Isola, compreso il potente Bosco Verticale, si è sviluppata letteralmente intorno a lui, che è diventato sempre di più un Thoreau nella sua capanna sotterranea, non alternativo o conservatore rispetto alle novità di quartiere, ma a suo modo spiritualmente resistente nella capacità di inventare al suo interno spazi di libertà. Che li trovi a mezz’aria e in realtà aumentata, come dicevo, è completamente coerente e intrinseco al suo lavoro.
I suoi alberi dipinti – per quanto digitali, sempre quadri con perimetro rettangolare e sfondo piatto - compariranno in un’area verde tra il Bosco Verticale e piazza Gae Aulenti, in una serie di ‘scene’ arricchite anche con le collaborazioni di altri artisti (perché Simone sa che la libertà non è, se è di uno solo), galleggianti e tranquilli; e celebreranno la loro nuova posizione e il loro nuovo status godendosi la possibilità di fare la ruota come un pavone, di cannoneggiare, di spararsi come un missile verso il cielo… Si, non saranno fermi, e anche la loro bidimensionalità in alcuni casi verrà arricchita da elementi che invaderanno lo spazio, come la tridimensionale navicella spaziale che percorre una traiettoria circolare che a un certo punto attraversa il suo quadro-albero.
Un libro di Gabriele Giammelli del 2017 dedicato a Stanlio e Ollio e all’analisi del loro Big Business individua nell’invenzione della lentezza il più importante lascito della loro comicità; invece del frenetico slap-stick, i due coltivano l’attesa della risata in dei crescendo lenti, di sospensione, in cui c’è il tempo per l’emergere di un approccio psicologico allo humor. Secondo Giammelli e altri studiosi di comicità, questo rallentamento è legato al mutamento generale dello stile di vita statunitense sulla soglia degli anni Trenta. Secondo Petr Král, l’ironia basata sulla lentezza «corrisponde a un periodo di arretramento: a una “fine della festa” in cui, dietro la spinta della Crisi, la follia degli anni Venti a poco a poco cede il posto a una ricerca di stabilità».
Con un approccio decisamente affine, le Arboree Volanti non compiono gesti eclatanti né repentini. Stanno, si ambientano, occupano. E creano un nuovo temporaneo paesaggio che sottilmente, immaterialmente evita di aderire all’urbanizzazione in cui vanno a collocarsi. Sono manufatti umani, altrochè; veri e propri elementi antropici, che celebrano la potenza della natura, la sua intelligenza, la sua lenta e ciclica imprevedibilità.
Arboree Volanti intesa come intera operazione di pittura, traslato virtuale e scelta site-specific è a suo modo un paesaggio geografico: unisce poeticamente elementi umani e elementi volutamente naturali. O meglio, come dice Ollio indicando un quadro in una casa patrizia che finge sia sua (quando invece lui è un vagabondo in fuga da un poliziotto che lo cerca perché insieme a Stanlio dorme nei parchi) è un paesaggio geografìco, con l’accento sulla i.

Eva Fabbris

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