ARBOREE VOLANTI

Appunti analogici per una realtà aumentata

Simone Berti è un pittore atipico. Ha sempre visto il quadro non come una superficie bidimensionale ma come un oggetto. Un oggetto pittorico fluttuante che sfugge agli attributi che solitamente associamo a quel linguaggio.
Simone vive in un mondo dove tutto è sospeso. Viaggiando dentro il suo universo capita di osservare un orticello sulle molle, ammirare pesci spada appoggiati su strutture che sembrano un incrocio tra un display di Franco Albini e un dispenser della Standa, scorgere cannocchiali sostenuti da treppiedi con gli sci, abitare palafitte a forma di denti, saltare da catapulte umane o modellare la luce con le mani. Nulla sembra essere appoggiato a terra anche se molte delle sue opere puzzano di terra, radici, muschio. Gli alberi sono l’ossessione di Simone. Li ha dipinti in ogni declinazione e deformazione.
Negli anni Simone ha prodotto macchine celibi trainate da un immaginario iconografico tra il rurale e il tecnologico, tra la fiaba e la scienza, tra Italo Calvino e Philip K. Dick. La sua arte è tutto in elevazione. Fa indossare le protesi agli oggetti più familiari – mobili casalinghi – e li trasforma in paesaggi perturbanti dove la natura si trova ad abbracciare manufatti che hanno perso la loro funzionalità mutandosi in entità identiche a sé, aliene al mondo. Visioni immaginifiche e incestuose che ricordano tanto le sculture di Bruno Gironcoli quanto le architetture animalesche degli Archigram.
La storia ci ha insegnato che l’arte gioca sempre in anticipo. Adesso è giunta l’ora. Finalmente la tecnologia è stata capace di recuperare il tempo perduto.
Simone era lì, seduto su una panchina davanti al parco ad aspettare perché in realtà (non aumentata) aveva già organizzato tutto. Erano anni che la sua mente lavorava in modalità pluridimensionale facendo ruotare gli oggetti come fossero dei prismi da osservare da ogni prospettiva.
Nel 1982 Joseph Bueys ebbe il miraggio di far piantare 7.000 querce a Kassel. Nel 2020 a Milano ci sono più grattacieli che alberi. Edifici alti alti un pò sghembi le cui superfici somigliano a quelle di uno smartphone. Tra tutti Simone ha scelto di stare vicino a quello a lui più affine: il Bosco Verticale. L’artista si è appropriato dello spazio pubblico incastonato tra la verticalità naturalistica boeriana e l’orizzontalità ardesiana aulentiana. Uno spazio che è di tutti e, come tale, anche degli artisti, In un momento storico dove il mondo è stato messo in pausa, l’arte ha la necessità di reinventarsi. Simone lo ha fatto lanciandosi in un esperimento che ripensa il “corpo” della sua opera quanto il formato della mostra.
Un caleidoscopio di figure ibride tra l’umano e il vegetale convertono uno spazio anonimo in un trip dove per calarsi basta un telefono. Sfruttare la realtà per trasfigurarla e produrre un’illusione effimera rientra nel potere dell’arte. Simone lo ha fatto senza fissare negli occhi la medusa tecnologica evitando il pericolo di farsi lui strumento. Ha mantenuto la struttura archetipica della pittura (il quadro nel formato della tela) per proiettarlo in uno spazio trasparente che cambia a seconda del movimento e infine dirottarlo facendola esplodere in un vortice di allegorie fuori formato in cui perdersi. Ora sta noi buttarsi in questa avventura 4.0. Buon viaggio. 

Luca Lo Pinto

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